Questo il messaggio che ci ha lanciato Malina Suliman, streetartist afghana, eccezionale ospite al “Matteo Raeli” di Noto, il 16 ottobre del 2017, nell’ambito del progetto di Toponomastica femminile.

Ma la streetart è arte? O vandalismo? Una volta la risposta dei più era la seconda, oggi si chiamano artiste/i quelle ragazze e quei ragazzi che escono la notte con bombolette e vernici sfidando il freddo e la legge. Nonostante sia di fatto illegale, la Street Art oggi è il movimento artistico più diffuso sul pianeta.Quale migliore grido di libertà per le donne, che da sempre combattono per dare voce al proprio riconoscimento, per denunciare con grande efficacia comunicativa la violazione dei propri diritti?

La giovane afghana ha iniziato a fare Street Art nella sua città, scegliendo proprio questa forma di comunicazione per raggiungere, attraverso i muri e quindi più direttamente, le donne del suo Paese che non sanno scrivere, non sanno leggere e non possono frequentare le mostre. Ѐ difficile essere una donna quando si vive in Afghanistan: per questo Malina ha deciso di rischiare la propria vita e, servendosi del rosso e del nero, ha realizzato alcuni disegni per poi fuggire. In Afghanistan infatti non è permessa la Street Art, soprattutto se porta con sé valori non conformi al potere e idee non allineate. “Sono disegni veloci, non sarà un lavoro bellissimo, ma quello che conta per me è il messaggio”, ha spiegato la street artist alle nostre studentesse e ai nostri studenti.

“Ho iniziato a fare street art a Kandahar, dove non c’erano street artist – ci ha raccontato l’artista – Quando ho iniziato a raffigurare le donne in questo modo, mi dicevano che ero pazza. Dove vivevo le differenze di genere sono comuni, naturali. Ѐ una mentalità molto diffusa: la donna viene vista come una persona che deve stare in casa, qualsiasi cosa debba fare deve chiedere il permesso ai genitori, non può uscire da sola, non può fare shopping. Non ti permettono nemmeno di studiare all’università. C’è una cultura del “no” per la donna”.

“Tutto ciò molte volte viene considerato normale, in altri casi è troppo – ha precisato Malina – I miei genitori non sono conservatori, ma sono stati influenzati dall’ambiente in cui vivono. Anche quando ero piccola sentivo l’oppressione ma avevo dei desideri. Quando sono diventata più grande, ho capito di non poter accettare questa condizione. Per questo, sono stata rinchiusa in casa per dieci mesi”.

La street artist afghana è la prima ad aver impresso il proprio segno distintivo sui muri di Kandahar: donne dal volto scheletrico coperte dal burqua. Accompagnata dal cognato, ha scoperto l'arte per la prima volta nella Galleria nazionale di Kabul. Nel 2011 ha fondato la Kandahar Fine Arts Association ed ha esposto alla prima mostra allestita nel sud dell'Afghanistan, in un Paese dove, fino al 2001, gli artisti erano puniti con la pena di morte e dove tutt'ora sono esposti a rischi e trovano poca accettazione e sostegno. "A quell'esibizione ha partecipato una sola donna", ricorda, “ed ero io. Amo la Street Art perché mi consente di comunicare direttamente con la gente. Le persone sono costrette ad ascoltarti, a vederti. Anche se non sanno né leggere né scrivere", ha spiegato. 

Malina dal 2013 lavora al Van Abbemuseum di Eindhoven, in Olanda, dove si è trasferita per sfuggire alle minacce di morte. L’arte e il suo messaggio hanno raggiunto tutto il mondo.

“Quando ho pubblicato i miei lavori alla National Gallery di Kabul, mi sono liberata – ha proseguito nel suo racconto – Ho iniziato a ridere, a piangere, a urlare e a provare sentimenti. Ho dovuto litigare con i miei genitori perché non l’hanno accettato. Non ho alcun rapporto con mia madre, ma con mio padre le cose stanno migliorando. Io adesso sono libera di dire la mia, di seguire il mio sogno. Se si crede nelle cose e si lotta, prima o poi si troverà la soluzione. Prima o poi la gente capirà”.

Sui muri di Kandahar restano adesso gli scheletri che indossano un burqa. Il ritratto, insomma, di donne senza diritti e senza identità, anche se “le cose stanno cominciando a migliorare piano”, ha spiegato Malina, che ha detto rivolgendosi alle ragazze e ai ragazzi: “C’è effettivamente un po’ di libertà, ma bisogna continuare a lottare”.

Il tratto forte della Street Art è particolarmente efficace per Toponomastica femminile, è linguaggio semplice che gioca sull’immagine, una voce incisiva e veloce, perfetta per il nostro Giardino delle Giuste e dei Giusti, ubicato nello spazio del Liceo Artistico della nostra scuola. Ecco l’idea, ecco il progetto di dare colore, segni, voce alle donne, e anche agli uomini giusti, che abitano lo spazio della nostra memoria e che attraverso le giovani e i giovani che “imbrattano i muri” sono realtà bella del presente.

Testo tratto dall'intervento della prof.ssa Vera Parisi al Convegno di Toponomastica femminile "Donne in pista" - Imola, ottobre 2017

L'artista incontra gli studenti

L'artista incontra gli studenti

L'artista incontra gli studenti

Murales realizzato dall'artista a Noto